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Cocktail o polibibite?
Si pensa si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia”
(Filippo Tommaso Marinetti )

L’artista Luigi Colombo, in arte Fillìa , e l’architetto Nicolay Diulgheroff convinsero Angelo Giachino, proprietario del locale di via Vanchiglia n.2 a Torino, ad aprire il primo ristorante futurista: la Taverna del Santopalato. Si trattò dell’unico esempio di ristorante futurista, inaugurato nel marzo del 1931. L’evento venne accolto con molta enfasi dalla stampa, si trattò di un avvenimento epocale. L’ambientazione del locale era simile al ventre, in alluminio, di un sommergibile, con colonne luminose e occhi metallici sulle pareti. L’originale iniziativa ebbe, però, vita breve e nell’arco di un paio d’anni chiuse i battenti.

I piatti della cucina futurista riflettevano l’inno al movimento, alla velocità e all’attività. La gente, tuttavia, non seppe capire gli intenti innovativi della cucina futurista, fatta di provocazioni e di abbinamenti azzardati. Spesso i piatti non erano molto mangerecci, ma esercizi di stile, con un particolare uso dei profumi, della musica e della poesia. La realizzazione delle pietanze prevedeva l’uso di particolari sistemi tecnologici in cucina, come ad esempio: centrifughe, ozonizzatori, distillatori, raggi ultravioletti, ecc. ecc… I piatti erano accompagnati da una curatissima presentazione e sollecitavano l’utilizzo di tutti i sensi.

I fondamenti della cucina futurista mi inducono a fare delle similitudini con la Nouvelle Cuisine, della seconda metà del XX secolo, e con la cucina molecolare, soprattutto nel medesimo saper cogliere la complessa dimensione estetica del mangiare che, al di là della necessità di nutrirsi, coinvolge cibi, attrezzature ed ambienti, ma al tempo stesso rimanda ad un continuo intreccio con arti figurative, musica, stili di vita, consumi, saperi scientifici e umanistici. Tra le diverse preparazioni futuriste hanno attirato la mia attenzione le polibibite. Nome autarchico, italiano, in sostituzione dell’anglofono cocktail. Furono ideate nell’ottica di essere funzionali all’azione da intraprendere dopo la bevuta. Per questo motivo la carica alcolica della bevanda aumentava a seconda della difficoltà dell’azione. I capisaldi delle polibibite servite nei Quisibeve, termine con cui i futuristi avevano ribattezzato i bar, erano le bevande autoctone come amari, distillati, moscati d’Asti, vermut, bitter e liquori dolci evitando ingredienti stranieri. Decorazioni e abbinamenti divennero parte integrante delle bevande, facendo divenire così le polibibite delle autentiche e provocatorie opere d’arte temporanee. Tra gli artisti che si cimentarono nella creazione di polibibite figurano: Filippo Tommaso Marinetti, Fillia, Enrico Prampolini, Cinzio Barosi, Paolo Alcide Saladin, Fortunato Depero, il dottor Vernazza ed il già citato ristoratore Angelo Giachino. Quest’ultimo ideatore della polibibita Rosa bianca.

La ricetta è quella di un professionista attento agli equilibri e non un mero atteggiamento azzardato e provocatorio, prevedeva una miscela di succo d’arancia e liquore all’anice, abbinamento molto in voga nella Torino del tempo, con l’aggiunta del Campari e del liquore alla rosa damascena. Il dosaggio degli ingredienti, secondo l’ottica futurista, era libero in quanto aperto all’inventiva dei cuochi futuristi i cui eventuali errori potevano spesso suggerire nuove vivande.


Per un piacevole approfondimento vi consiglio il libro di Fulvio Piccinino La Miscelazione Futurista – Polibibite, la risposta autarchica italiana ai cocktail degli anni Trenta” (seconda edizione, 2016) edito da CocchiBooks. Il libro raccoglie storie, ricette, aneddoti, con particolare attenzione al mondo del bere miscelato. Illustra, tra filologia e attualità, diciannove cocktail futuristi, dà spazio ai trucchi per realizzare un aeroaperitivo e riporta un nuovo manifesto del miscelatore futurista. Il recupero della miscelazione futurista ha dato luogo a partire dal 2016 ad un concorso organizzato dalla storica azienda astigiana Cocchi. Nel 2020 il concorso per candidarsi al titolo di Miscelatore Record nazionale è diventato digitale ed internazionale (https://www.cocchi.it/video-competizione-di-miscelazione-futurista-2020/) ed ha contribuito ad incentivare la creazione di cocktail secondo i dettami tracciati nel primo Novecento dal gruppo di Marinetti per comporre opere d’arte liquide da bere.

Note:

i Luigi Colombo (1904-1936) in arte Fillìa poeta e pittore con Marinetti firma il Manifesto della cucina futurista una raccolta di pensieri, convinzioni e intenzioni dei Futuristi riguardanti la cucina e la gastronomia pubblicata nel 1931. ii I futuristi influenzarono non solo la pittura e la scultura, ma anche il design, l’abbigliamento, la musica e anche la gastronomia. La Cucina Futurista, libro pubblicato nel 1932 con dettagliati scenari multisensoriali, piatti e bevande anarchiche che componevano le cene degli artisti, eventi per ospiti curiosi e giornalisti, testimoni delle richieste futuriste di ridisegnare l’Italia dall’arte al piatto. I futuristi influenzarono non solo la pittura e la scultura, ma anche il design, l’abbigliamento, la musica e anche la gastronomia.

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