EPULAE NEWS Il giornale dedicato ai vini, distillati, cibi, eventi, ospitalità e turismo esperienziale enogastronomico

I palmenti rupestri di Neoneli tra archeologia e territorio 

Le foto presenti nell’articolo sono di Francesco De Faveri Deidda 

Nelle campagne di Neoneli, il paesaggio custodisce una storia millenaria legata alla produzione del vino, scritta direttamente nella pietra. La ricognizione di questo territorio ha permesso di individuare numerosi palmenti: antichi impianti per la pigiatura dell’uva che testimoniano una tradizione vitivinicola capace di attraversare i secoli. Il modello più comune rinvenuto nel comune è costituito da un sistema a due vasche – una di pigiatura e una di raccolta – ciascuna ricavata da un unico blocco di pietra finemente scolpito. Per facilitare il deflusso del mosto, la vasca di pigiatura, dotata di un beccuccio o di un foro di scolo, è sempre posizionata a una quota superiore rispetto a quella di raccolta. Quest’ultima, disposta solitamente in senso trasversale, ha forma rettangolare e si presenta sempre priva di intonaco o di coppelle di raccolta. In diversi casi, questi manufatti risultano addossati agli Arcivos, caratteristiche costruzioni quadrangolari in pietra a secco utilizzate per lo stoccaggio dell’uva. Il termine stesso è un affascinante prestito linguistico dallo spagnolo archivo; se nel linguaggio colloquiale iberico indica un luogo dove si lavora o si ordina qualcosa, e in catalano (Arxiu) un deposito di oggetti vari, nella variante sarda ha assunto il significato specifico di “magazzino del vignaiolo”. In località Liori, ci si imbatte in un esempio emblematico di continuità d’uso: un moderno piano in cemento che riutilizza antiche vasche in pietra, creando un ponte involontario tra epoche diverse. Poco lontano, a Sa Perda Accutzadorgia, un vecchio casale diroccato custodisce due vasche mobili in trachite. La frequentazione antichissima di questi luoghi è confermata dal ritrovamento di ossidiana in un vigneto vicino, che suggerisce la presenza di comunità stanziali già in epoca preistorica, forse le stesse che utilizzavano l’antica necropoli di Su Angiu, oggi scomparsa. Molti di questi impianti punteggiano località neonelesi ancora oggi legate alla vite, come Sa Punta de Liori, Serra ‘e Ingia o Trattales. Qui le vasche mobili venivano posizionate strategicamente all’ingresso degli Arcivos, integrando il momento del deposito con quello della spremitura. Spostandoci verso il centro del paese, il panorama archeologico cambia: gli impianti diventano fissi, ovvero scavati direttamente negli affioramenti di roccia naturale (Tipo III). A Costa ‘e Lacu, tra orti e frutteti, un palmento in trachite si trova a breve distanza dai resti di un antico edificio di culto e da sepolture di età romana, datate grazie ai frammenti di ceramica sigillata. Anche a Marrusa e Mrachedda si ammirano questi giganti di pietra: grandi massi che emergono dal terreno, sapientemente lavorati per creare vasche comunicanti dagli angoli arrotondati. 

Per quanto riguarda l’inquadramento temporale, gli studi condotti finora evidenziano come questi manufatti non possano essere attribuiti in maniera aprioristica all’epoca romana. Sebbene in passato si sia spesso teso a ricondurre tali impianti esclusivamente a quel periodo o a quello medievale, emerge oggi con chiarezza che la pratica di scavare palmenti è un fenomeno di lunghissima durata. Tale attività ha interessato un arco temporale estremamente esteso, iniziato già nell’Età del Bronzo e proseguito, con intensità variabile, fino a epoche quasi contemporanee.

Questa consapevolezza impone il passaggio a una fase di ricerca più avanzata, che superi le datazioni presunte. Risulta quindi fondamentale integrare l’indagine tradizionale con metodologie d’avanguardia come la tracceologia e l’analisi dei residui organici, essenziali per definire con certezza le dinamiche d’uso e le sostanze effettivamente processate all’interno delle vasche. Una catalogazione così rigorosa non rappresenta solo un traguardo scientifico, ma il presupposto indispensabile per trasformare questi impianti in nodi centrali della memoria storica e della salvaguardia del paesaggio rurale.

Oggi, queste pietre sono l’anima di una cultura viva. Ogni autunno, durante la manifestazione “Wine, Fregula e Cassola”, l’Associazione Paleoworking Sardegna cura le visite guidate ai palmenti di Neoneli, restituendo alla comunità la memoria di un territorio che non ha mai smesso di produrre il suo bene più prezioso.